Luoghi comuni e preconcetti

L'impiego della vitamina C sia come integratore che come presidio medico incontra resistenze e genera credenze che spesso sono dovute a pura carenza di informazioni. Talvolta, anche quando le informazioni ci sono, si tratta di falsità diffuse ad arte per screditare in blocco le vitamine o, peggio ancora, per scoraggiare le persone dal farsi maggiormente carico della propria salute. Ecco quindi una breve lista, certamente incompleta, delle obiezioni più comuni.

  • La vera vitamina C è quella presente nella frutta e nella verdura (e/o). La vitamina C naturale è meglio di quella sintetica.
  • Basta attenersi a una dieta diversificata per avere la vitamina C necessaria.
  • Non ci sono studi seri sulla vitamina C.
  • Non ci sono prove che la vitamina C funzioni.
  • La vitamina C non è sicura.
  • La vitamina C produce calcoli renali.
  • Grandi dosi di vitamina C servono solo per fare urina costosa.
  • Se la vitamina C funzionasse la userebbero tutti.
  • Si tratta di effetto placebo.
  • Alla tolleranza intestinale c'è la massima concentrazione raggiungibile dal corpo.

La vera Vitamina C è quella presente nella frutta e nella verdura

Una variante di questa affermazione è che la “vera” vitamina C non è, ad esempio, l’acido ascorbico o il sodio ascorbato, ma è solo quell’insieme di elementi presenti tutti assieme all’interno della frutta e della verdura. Si dice anche che si tratta di vitamina C organica. Un’altra variante ancora è che la vitamina C naturale è meglio di quella sintetica.

Il ricercatore americano Ames ha pubblicato una lista dei pesticidi, potenzialmente tossici e cancerogeni, naturali e sintetici, presenti nella frutta e verdura di cui ci nutriamo. Limitandoci solo a quelli naturali, ineliminabili, per esempio nei cavoli, Ames ne ha elencati ben 49 e si tratta, secondo un’interpretazione condivisa, di difese naturali che forniscono un maggiore vantaggio riproduttivo. Si pensi alla caffeina che nelle piante ha effetto antiparassitario. Non a caso più di 100 specie di piante ne producono la molecola nei semi, nelle foglie o nella corteccia e si tratta di una distribuzione veramente peculiare in tutta la natura. Se prendiamo, ad esempio, altri due noti stimolanti, la nicotina si trova solo nel tabacco e l’oppio solo nel papavero.

Se anche cibandoci di vegetali senza antiparassitari di sintesi, ingeriamo lo stesso una buona dose di sostanze tossiche, per quanto naturali, conviene allora assicurarsi di ingerire in quantità adeguate l’antidoto per eccellenza, guarda caso quello stesso utilizzato dalle piante: la vitamina C.

Sono andato a rileggermi cosa dicevano alcuni naturopati e igienisti a proposito delle vitamine. Le loro argomentazioni sono spesso condivisibili. Pochi di costoro citano i lavori di Klenner o Stone o Pauling. Pochi hanno presente le più recenti indagini effettuate ai NIH (National Institutes of Health). Non solo: la pagina in cui alcuni di questi autori forniscono le loro indicazioni per la vitamina C è di circa 15-20 righe e si parla per lo più dell’effetto antiscorbuto. Le quantità raccomandate sono sotto ai 100 mg/die. Fortunatamente ci sono altri igienisti e naturopati che non hanno nessuna difficoltà a suggerire l’integrazione di vitamina C sintetica a fianco delle loro validissime prescrizioni.

Quando la sostanza anti-scorbuto non era ancora stata identificata si poteva parlare solo in termini generici e citare questo o quel frutto che esibisse proprietà antiscorbuto. L’affinarsi della ricerca chimica nei primi decenni del Novecento ha definitivamente permesso l’identificazione della generica sostanza anti-scorbuto esclusivamente con la vitamina C, ed è proprio per questo che Albert Szent-Gyòrgy venne premiato col Nobel già nel 1937.

La vitamina C di sintesi proviene per lo più dal mais, prodotto più che naturale. Se la vitamina C, quella di sintesi, fosse in qualche modo “falsa”, non dovrebbe avere alcun effetto. Ma Klenner ha curato la polio proprio con infusioni endovenose di ascorbato di sodio. Cathcart ha curato svariate migliaia di persone proprio con ascorbato di sodio e acido ascorbico. Riordan, Levy, Kalokerinos, e tutti gli altri clinici che hanno usato la vitamina C, con successi che un profano può giudicare quasi incredibili, hanno impiegato proprio queste forme pure e sintetiche.

Gli studi hanno associato una ben definita struttura molecolare a questa semplice sostanza, molto simile al glucosio. Essa si trova spesso in natura.

Oltre che nella frutta e nella verdura si trova nelle piante, nella carne e nei pesci. Si trova in circa altri 4500 mammiferi che se la autoproducono. È una sostanza talmente naturale che ce la autoproducevamo anche noi esseri umani, nel fegato, qualche milione di anni fa, fino a quando un nostro progenitore ebbe a subire una disgraziata tara genetica.

È provato, inoltre, che un nutrito insieme di bioflavonoidi, polifenoli e altri elementi sono spesso presenti assieme alla vitamina C nelle piante che la contengono. Si tratta di sinergie volte a esaltarne l’importanza e rimarcarne l’assoluta insostituibilità. Per lo più servono per allungare il ciclo di vita della singola molecola di vitamina C permettendole un più efficiente scambio elettronico.

Hickey e Saul fanno notare che l’assunzione della vitamina C da fonti naturali avviene di norma più lentamente che non dalle pasticche - quali che siano. E ciò favorisce un assorbimento sanguigno più efficiente delle piccole dosi disponibili.

Se ritenete importante approfondire il tema, potete consultare lo scritto (in inglese) di Owen Fonorow, probabilmente la più estesa analisi della tesi dell’esistenza di una vitamina C naturale che non sia quella scoperta da Szent-Gyòrgy nel 1933.

Basta attenersi a una dieta diversificata per avere la Vitamina C necessaria

Una sana dieta diversificata, con frutta e verdura fresche, riuscirebbe senza dubbio a evitare lo scorbuto conclamato. La quantità ottimale di vitamina C sarebbe invece raggiungibile, all’incirca mangiando un’arancia o un kiwi ogni dieci minuti, senza interruzioni. La cosa è poco praticabile in condizioni ordinarie e sarebbe resa ancor più problematica nel caso in cui si voglia scongiurare l’insorgere, ad esempio, di un semplice raffreddore, dovendo aumentare le dosi.

Un’affermazione più rispondente al vero sarebbe quindi: «Basta attenersi a una dieta diversificata per avere la vitamina C necessaria a non accusare sintomi palesi di scorbuto». I sintomi evidenti dovuti a una deficienza di vitamina C sono sfruttati in maniere disparate. Ad esempio, chi vende dentifrici sfrutta questo fatto asserendo che le gengive vi sanguinano perché non usate i loro prodotti. Ma non basta nessuna pasta dentifricia per eliminare un sintomo evidente di una deficienza di vitamina C.

Assieme all’epistassi - sangue dal naso - rappresenta un semplice e comune segno palese di ipoascorbemia che scompare facilmente e rapidamente assumendo vitamina C in dosi, per l’appunto, non raggiungibili tramite una dieta ordinaria. La vitamina C è la sostanza necessaria per la sintesi del collagene e, nei due sintomi citati, la sua carenza indebolisce anche le pareti dei vasi sanguigni, cosa di cui ci accorgiamo perché il sangue zampilla all’esterno.

Non ci sono studi seri sulla Vitamina C

Thomas Levy, nel libro edito in italiano da Macro Edizioni, ha riportato più di 1200 riferimenti a studi pubblicati comprovanti l’efficacia della vitamina C come rimedio per le malattie virali e antitossico in genere. Sempre Levy ha aggiunto altri 650 riferimenti di studi a sostegno del ruolo positivo nelle malattie cardiovascolari nel suo libro dedicato al killer numero uno.

Per capire esattamente la portata di questi numeri, citerò una frase del fisico Barrie Trower: «Quando dico lavori di ricerca non intendo qualcosa scritto a tavolino di malavoglia da qualcuno in un pomeriggio festivo. Questi studi hanno a volte centinaia di referenze a fondamento e ogni referenza di per sé è solitamente riferita a cinque-dieci anni di lavoro di un gruppo di scienziati la cui ricerca è stata peer reviewed e in parecchi casi pubblicata. Così, giusto per citare, se uno studio ha, per dire, 100 riferimenti di base ciò potrebbe ben rappresentare un lavoro cumulativo di 500-1000 anni uomo».

Accedendo a Mediine, nel 2002 Levy aveva ottenuto 24.000 documenti in risposta alla ricerca effettuata con le due parole “ascorbic acid”. L’8 novembre 2006, chi scrive aveva ottenuto 33.701 documenti. Il 3 dicembre 2012 la stessa ricerca fornisce 43.649 documenti. Restringendo la ricerca ai soli documenti che citino “ascorbic acid” oppure “vitamin c” oppure “ascorbate” nel titolo, si ottengono 18.458 articoli.

Limitandoci con enorme difetto ai “soli” 1850 studi citati da Levy, essi potrebbero rappresentare tra i 9250 e i 18.500 anni uomo di studi sulla vitamina C in relazione alle sue proprietà come antidoto d’eccellenza e sostanza indispensabile per la salute del cuore. Non tutti gli studi sono indicizzati da Mediine, ma tantissimi lo sono, per cui possiamo dire che non solo la vitamina C ha subito seri studi, ma è addirittura candidata per essere la sostanza più scrutata in assoluto. Resta ancora molto da fare, sia chiaro, per diffondere, ad esempio, la portata delle sole scoperte di Klenner, pubblicate sin dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Però che non si dica che non vi sono studi seri.

C’è quindi un’enormità di studi disponibili anche on-line. Purtroppo, di alcuni articoli vecchi ma non sorpassati e interessantissimi, come quelli di Klenner, Mediine riporta solo il titolo e qualche volta neanche quello. Inoltre, con scelta perlomeno criticabile, Medline non indicizza gli articoli del Giornale di nutrizione ortomolecolare. Per cui, se si vogliono informazioni aggiornate sugli ultimi studi relativi a integratori e nutrienti, consiglio di visitare periodicamente quest’ultimo sito.

Non ci sono prove che la Vitamina C funzioni

Per rispondere a quest’affermazione, basterebbe citare gli spettacolari risultati ottenuti da Klenner che curò, ad esempio, 60 pazienti di poliomielite. Per la precisione ne curò 60 e ne guarì 60. Stiamo parlando di una malattia per la quale la medicina convenzionale non ha terapie se non di supporto. Uno dei 60 casi era un caso avanzato, con paralisi flaccida, che Klenner guarì comunque con qualche giorno in più di cura. L’idea non era nemmeno di Klenner, ma di altri due ricercatori.

Un caso eclatante che di recente ha avuto copertura mediatica planetaria è quello che riguarda Allan Smith, agricoltore neozelandese. Nel 2010 venne colpito dall’influenza suina, le sue condizioni si aggravarono e a un certo punto vennero sospese tutte le cure perché i medici ritennero che non vi fosse più niente da fare, nessuna speranza. Tra i parenti c’era un avvocato che ingiunse ai medici di applicare una cura medica legalmente riconosciuta in Nuova Zelanda: l’infusione di vitamina C. A seguito di ciò Allan si riprese e oggi può raccontare la tormentata storia della sua guarigione, ben nota nel mondo anglosassone perché raccontata in una puntata dello show televisivo “60 Minutes”.

Con le parole di Klenner: «Alcuni medici preferirebbero non far nulla e assistere al decesso dei propri pazienti piuttosto di usare l’acido ascorbico in quanto nella finitezza delle loro menti questa sostanza è solo una vitamina».

Negli anni Settanta del Novecento, il francese dottor Bastien di Remiremont, giusto per stare in Europa, dimostrò pubblicamente la capacità della vitamina C quale antidoto contro l'avvelenamento da funghi nella maniera più plateale e plausibile possibile: nel 1971 ingerì lui stesso una porzione considerata mortale di 65 g di funghi velenosi per poi farsi somministrare la vitamina C endovena. Non soddisfatto della scarsa eco, rifece l’exploit nel 1974 mangiando altri 70 g di Amanita phalloides, ripetendo, purtroppo, anche l’insuccesso mediatico. In genere bastano 20 g ingeriti inavvertitamente per provocare la morte di una persona.

Quale esempio migliore dell’efficacia della vitamina C? Vale forse la pena ricordare il dottor Barry Marshall che ricondusse alla presenza dell'Helicobacter pylori la maggior parte delle ulcere gastriche. Quando nel 1982 espose la sua teoria, fu ridicolizzato. Egli allora, nel 1984, ingoiò deliberatamente una cultura di questo batterio e dimostrò che si poteva guarire dall’ulcera autoprocurata assumendo egli stesso antibiotici.

Forse parte degli studi intrapresi e che non hanno evidenziato gli stessi risultati formidabili hanno peccato proprio in questo. Hanno impiegato spesso quantità del tutto irrisorie concludendo al più che sì, in effetti c’è qualcosa, ma si deve studiare ulteriormente. Oppure che le “loro” megadosi, magari una sola al giorno, da 200 mg, non hanno funzionato e quindi la vitamina C non funziona. Non fatevi ingannare: ragionate con la vostra testa, consultate le ricerche e svelate voi stessi questi vizi di fondo dai quali si può semmai dedurre che se la vitamina C non funziona è perché è assunta in piccole dosi.

La Vitamina C non è sicura

Negli esseri umani non si è ancora registrato un solo decesso attribuibile con certezza alla vitamina C. Nel suo libro Primal Panacea Levy fa presente che la vitamina C è meno dannosa dell’acqua. Per gli esseri umani esiste una dose letale per l’acqua ma non per la vitamina C, che vanta una reputazione unica quanto a sicurezza.

Per contro, ad esempio, nel 1994 negli ospedali americani sono decedute 106.000 persone per le sole reazioni avverse ai medicinali somministrati. L’articolo, apparso sul Journal of the American Medical Association, dice inoltre che tale dato si è mantenuto stabile negli ultimi trent’anni. Uno studio più recente (HealthGrades) delle cartelle ospedaliere di 37 milioni di pazienti americani ha riscontrato che una media di 195.000 persone sono morte negli Stati Uniti in ciascuno degli anni 2000, 2001 e 2002 per gli errori medici, potenzialmente prevenibili, verificatisi in ospedale. Ma non è solo una questione americana. In Israele nel 1973, i medici ridussero i loro contatti giornalieri con i pazienti da 65.000 a 7000 a causa di uno sciopero che durò un mese. Secondo la Società di Onoranze Funebri di Gerusalemme, il tasso di mortalità degli israeliani calò in quel mese del 50%. Per trovare un calo paragonabile si dovette andare a vent’anni prima, in coincidenza con un altro sciopero.

E da queste persone, da questi medici che, in buona fede, somministrano farmaci killer, che più spesso viene l’accusa che la vitamina C sarebbe poco sicura. Parlare di ipocrisia è riduttivo, posto che non esiste una sola morte direttamente riconducibile a questa vitamina benché la si sia usata in maniera massiccia a partire dalla fine degli anni Quaranta. Parliamo ad esempio del dottor Cathcart, i cui pazienti ne hanno assunta fino a 200 grammi al giorno per periodi di due mesi; dosi simili furono somministrate a più di 20.000 pazienti senza registrare che qualche occasionale episodio di gas, diarrea o acidità di stomaco, e quasi mai nei pazienti più ammalati. Se consideriamo anche i milioni di persone che ne fanno uso come integratore da quando Pauling ne elencò le proprietà e i vantaggi, si capisce che l’ascorbato è con ogni evidenza una delle sostanze più sicure se non addirittura la sostanza più sicura.

La Vitamina C produce calcoli renali

Non è così. Levy ha dedicato parecchie pagine del suo libro tradotto in italiano all'argomento. I calcoli renali sono composti di ossalato e fossalato è un prodotto della scomposizione della vitamina C. In passato alcuni studiosi ipotizzarono pertanto che la vitamina C producesse calcoli renali. Ma ogni sperimentazione in tal senso è stata falsificata. Non solo. Mentre in presenza di disfunzioni renali marcate la somministrazione di acido ascorbico (come di altre sostanze) deve essere eseguita sotto controllo medico, in assenza di problemi l’assunzione di ascorbato è addirittura un fattore preventivo per la formazione dei calcoli.

Levy ha anche controllato in estremo dettaglio uno dei più noti casi clinici talvolta citati a sostegno della tesi che la vitamina C avrebbe concorso alla formazione di calcoli renali negli esseri umani, trovando correttamente elencati tutta una serie di altri fattori che avrebbero parimenti potuto concorrere alla formazione dei calcoli della paziente in esame. Perché nelle conclusioni venisse citata espressamente la vitamina C non si evince dal contenuto dello studio. Ma i contenuti, poi, chi li guarda?

Grandi dosi di Vitamina C servono solo per fare urina costosa

Abbiamo già parlato del criterio del raggiungimento del livello di massima tolleranza intestinale. Quando sentiamo che dobbiamo andare al bagno a seguito dell’ingestione di vitamina C, vuol dire che abbiamo raggiunto quel livello. Questo criterio che potrebbe apparire abbastanza intuitivo per chi conosca i fatti della vitamina C, non è intuitivo affatto e la sua formulazione si deve al dottor Cathcart in un suo celebre articolo del 1981. Prima di lui si ipotizzava che la presenza di vitamina C nelle urine fosse il segnale che a) il corpo ne avesse assorbita la quantità massima e b) che ulteriori quantità non sarebbero state di ulteriore giovamento. Questo criterio, del rinvenimento di concentrazioni di vitamina C nell’urina, è piuttosto datato in quanto si è visto che la concentrazione sanguigna di vitamina C cresce anche se c’è escrezione di vitamina C nelle urine.

Siamo a fine 2012, il criterio di Cathcart ha più di trentanni. E difficile distinguere se sia più grande la colpa di poco aggiornamento, poco studio o di malafede. In ogni caso si tratta di una posizione grandemente obsoleta e che non tiene in nessun conto della cinetica e della dinamica della sostanza. Anche gli studiosi meno convinti, si veda il dottor M. Levine, accettano che si debbano prendere in esame le curve di assorbimento linfatico ed ematico. Ma anche in questo si dimostra la limitatezza di un punto di vista riduzionista fino all’eccesso.

Sarà bene ricordare, ad esempio, che negli individui sani la concentrazione di vitamina C nei globuli bianchi è circa dieci volte quella ematica. E tende a rimanere costante anche al diminuire di quella ematica. In tutto il corpo ci sono zone che hanno assoluto bisogno di un grande flusso elettronico che solo la vitamina C fornisce, come spiegò a suo tempo Albert Szent-Gyòrgyi, come hanno continuato a ripetere tutti i sostenitori dell’impiego della vitamina C da Pauling a Levy per finire con Hickey e Roberts. E pensare che la saturazione di una parte specifica serva come segnale per dire adesso basta vuol dire ignorare come stiano veramente le cose.

Il criterio di Cathcart, come sappiamo, parla dell’assunzione orale. E nello stesso articolo Cathcart segnala come la somministrazione di vitamina C endovena faccia aumentare la tolleranza intestinale! Si tratta di un fenomeno molto interessante: l’aumentata concentrazione corporea raggiungibile per vena permette di innalzare la quantità assorbibile tramite l’intestino.

Volendo, si potrebbe anche osservare che gli stessi animali che si producono la propria vitamina C, emettono anch’essi vitamina C nelle urine. Non è pertanto esatto aspettarsi che tutta la vitamina C ingerita debba rimanere all’interno del corpo.

Per finire il tema dell’urina costosa, aggiungiamo che parecchi medici ortomolecolari hanno fatto notare i benefici della maggiore presenza di vitamina C nella vescica e nelle vie urinarie. Infine si potrebbe aggiungere che l’acido ascorbico o l’ascorbato di sodio sono tra tutti gli integratori quelli che costano meno.

Se la Vitamina C funzionasse la userebbero tutti

Ma... è proprio così... la usano non tutti, ma tantissimi. E quasi tutti quelli che hanno goduto di un’informazione veritiera. Nel 1980, ben trentadue anni fa, il Guinness dei primati citò già allora la vitamina C come l’integratore più diffuso. Il primo prodotto commerciale con vitamina C venne introdotto nel 1934, addirittura prima dell’attribuzione del premio Nobel per la sua scoperta. Quindi sono quasi ottantanni che la vitamina C viene adoperata dalle persone e dalla comunità scientifica e abbiamo visto che ha prodotto migliaia di anni uomo di studio dedicato ed è stata impiegata fin dagli anni Cinquanta per curare con successo malattie che ancora oggi la medicina non saprebbe come curare, vedi il caso della poliomielite.

Non c’è consenso completo sul suo utilizzo esteso e i motivi principali sono quelli già esposti. Due in particolare: l’interesse nullo da parte di Big Pharma a promuovere la vitamina C in settori in cui ha già altri prodotti molto più redditizi e la scarsa coscienza medica di almeno una generazione di medici formati in un sistema che privilegia l’applicazione di pratiche consolidate, anche quando queste portano alla morte del paziente, senza curarsi di indagare se possa esistere qualcos’altro in qualche altra parte del pianeta che qualche altro medico abbia fatto con successo. Big Pharma non mollerà mai — si è visto mai un’industria che rinuncia ai suoi introiti? Possiamo solo sperare che le generazioni di nuovi medici sappiano sfruttare il maggiore accesso alle informazioni oggi possibile e consigliare l’adozione su vasta scala dell’impiego di questa particolarissima sostanza in ambito medico e non solo quale integratore in ambito salutistico.

 

 

 

Tratto da "Guarire con la Vitamina C", di Stefano Pravato. Macro Edizioni.