Cos'è la fitoterapia

La parola "fitoterapia" compare per la prima volta negli scritti del medico francese Henry Ledere ( 1870-1955) per indicare quel metodo di cura che ricorre a rimedi ottenuti dalle piante officinali. Deriva dell'unione di due vocaboli greci: phytón, "pianta", e therapàia. Un termine, quest'ultimo, che originariamente indicava il "servizio, la cura e l'assistenza" prestate a una divinità durante il culto religioso e che solo in seguito venne usato per designare anche le cure dispensate agli uomini, con lo scopo di alleviarne le sofferenze e sanarne le malattie. Si tratta dunque di una parola che ci ricorda l'importanza, la sacralità e il valore di ogni tipo di intervento che intende preservare o ristabilire il benessere.

Fitoterapia in ambito naturopatico

Poiché il naturopata non si occupa di risolvere stati patologici, essendo il suo scopo piuttosto quello di prevenire la malattia o, ancora meglio, di sostenere la salute e l'energia vitale dell'individuo, ci si potrebbe chiedere se la fitoterapia sia uno strumento di cui il professionista non medico possa avvalersi. Proprio la presenza del termine "terapia", con un'origine tanto nobile e spirituale oggi dimenticata, è fonte di incomprensioni che possono trarre in inganno.

Fin da subito è quindi necessario precisare che il modo di intendere l'intervento fìtoterapico, se sia cioè un atto medico o meno, cambia a seconda del tipo di professionista che se ne serve e delle premesse teorico-filosofiche che guidano il suo intervento.
La fitoterapia è un sapere che potremmo definire "aperto", perché si presta a essere integrato ad altri. Per questo motivo può venire usata da alcune branche della medicina in senso allopatico, per curare le malattie, tanto quanto fungere da lecito strumento della naturopatia, la quale possiede una differente concezione di quel che si intende per salute e di cosa sia un sintomo. Questo è infatti sempre inserito in un contesto più vasto, fatto di interrelazioni, dove non rappresenta che la manifestazione tangibile di uno squilibrio più generale, di cui spesso il sintomo non costituisce neppure l'aspetto più importante, per quanto possa essere il più evidente e fastidioso.

La logica che guida l'uso di fitoderivati in naturopatia è dunque più globale, incentrata sull'individuo, sulle sue peculiarità e sul sostegno a quell'equilibrio dinamico che gli permette di interagire col mondo circostante.[...] La naturopatia propone di creare le condizioni ideali affinché l'organismo, qualora l'equilibrio venga temporaneamente a mancare, faccia ricorso al proprio potenziale di auto-guarigione e ritrovi un funzionamento armonico.

Va detto che i rimedi fitoterapici hanno dimostrato una particolare efficacia soprattutto in ambito preventivo e nella correzione dei disturbi funzionali, quando ancora non si è instaurato uno stato di tipo lesionale. Fitoterapia e naturopatia rappresentano quindi un connubio dei più riusciti, anche perché sono entrambe aperte a sinergie: un percorso naturopatico prevede infatti spesso l'uso di fitoderivati insieme ad altri rimedi o tecniche, come ad esempio i fiori di Bach, gli oligoelementi, la cromopuntura, la riflessologia plantare e cosi via, a seconda delle necessita dell'utente e delia specializzazione dell operatore.

Cosa sono i principi attivi?

A differenza degli animali, i vegetali sono esseri autotrofi, sintetizzano cioè da sé, grazie al processo di fotosintesi clorofilliana, i nutrienti di cui hanno bisogno, partendo da materiali inorganici come l'anidride carbonica e l'acqua. Se volessimo utilizzare un immagine poetica, potremmo dire che le piante hanno la capacità di trasformare la luce in materia. Da un punto di vista più pragmatico quest'operazione, che prende il nome di metabolismo primario, produce cellulosa, carboidrati e altre sostanze funzionali alla vita vegetale (accrescimento, riserva energetica, ecc.).

Alcune piante, che definiamo officinali, posseggono un biochimismo più complesso che porta alla sintesi di ulteriori sostanze, dette metaboliti secondari. Il termine "officinale" è mutuato dalla parola "officina" che indicava il luogo, il laboratorio farmaceutico (o galenico), dove venivano preparati i rimedi. Per quanto riguarda i metaboliti secondari, molte sono le ipotesi circa l'utilità di queste sostanze per il vegetale, dalla difesa dai parassiti al richiamo degli insetti impollinatori.

Queste stesse molecole, che chiamiamo principi "attivi", sono tali perché nell'uomo svolgono un'attività farmacologica, inducendo delle modificazioni funzionali che possono essere sia negative (vedi piante velenose) sia positive. Come insegna la farmacologia, la differenza tra attività tossica e benefica può spesso essere molto sottile, a seconda delle caratteristiche biochimiche dei principi attivi in questione, delle quantità, della modalità di somministrazione e così via. A differenza di altri ambiti (per esempio nell'industria farmaceutica e in omeopatia), in naturopatia si impiegano solo piante officinali estremamente maneggevoli che, se usate correttamente, sono prive di tossicità ed effetti collaterali.

La biosintesi dei principi attivi vegetali e la loro concentrazione nella pianta è influenzata da numerosi fattori ambientali: pedologici (cioè relativi alla composizione del terreno), climatici, stagionali e dal fotoperiodo. Vi sono specie che, al di fuori delle loro zone di origine, non trovano le condizioni ottimali per sintetizzare le molecole farmacologicamente attive, come nel caso di piante tropicali spostate nel nostro habitat mediterraneo.[...] 

La scoperta dei principi attivi è piuttosto recente, si colloca infatti tra 1800 e 1900. e avviene dopo millenni in cui le piante erano state utilizzate in modo empirico, basandosi sull'osservazione e sull'esperienza. In un primo momento, vennero individuate solo le molecole più grandi e quelle presenti in quantità maggiori. Il loro studio permise di definirne la farmacodinamica e la farmacocinetica, ovvero quale azione svolgono una volta penetrate nell'umanismo e come quest'ultimo le metabolizza ed elimina. Queste sostanze divennero quindi protagoniste della ricerca, a discapito di altre, più piccole o presenti in quantità inferiori, che vennero giudicate inerti. Solo successivamente si scopri che queste ultime svolgono un ruolo rilevante non tanto di per se. ma come modulatrici dell' attività delle altre e questo aprì la strada a nuove valutazioni sull'importanza della complessità fìtochimica di una specie officinale.

I principi attivi sono numerosissimi e vengono classificati secondo le loro caratteristiche chimiche (polifenoli, oli essenziali, ecc.) o la loro attività (sono per esempio antisettici, antiossidanti, antinfiammatori). Alcuni caratterizzano le specie di una famiglia botanica e sono definiti marcatori chemotassonomici, come nel caso degli idrochinoni, che vantano una spiccata attivata antisettica delle vie urinarie e sono tipici delle Ericaceae ( Erica, Uva ursina, ecc.).

Il fitocomplesso e la sua importanza

L'insieme di tutte le molecole presenti in una pianta officinale, derivate dal metabolismo primario e secondario, costituisce il suo fitocomplesso. In esso si esprime la complessità del vivente, che si manifesta con un'attività farmacologica maggiore di quella esercitata dalla somma dei singoli principi attivi, poiché include le loro reciproche interazioni (sinergie e antagonismi). Potremmo a buon prendere a prestito la nota massima dl Aristotele, il quale affermava che "il tutto è più della somma delle singole parti". [...]

Tale complessità del vegetale, quando interagisce con l'organismo umano, si interfaccia a quella dell' individuo. È dunque lecito pensare che somministrando singoli principi attivi con una logica di farmaco-equivalenza si interviene sulla fitta rete di funzioni e relazioni umane solo parzialmente. Al contrario, utilizzando il fitocomplesso, l'intervento risulta articolato su più piani, grazie all'attività delle diverse categorie di principi attivi.

Questo approccio, che induce un riequilibrio dolce e profondo, è coerente con una visione che non considera il singolo disturbo isolatamente, ma lo contestualizza in un quadro, e permette inoltre di ridurre eventuali reazioni paradosso o effetti collaterali

Definizione di droga

La droga corrisponde a quella parte di pianta dove i principi attivi si concentrano maggiormente; essi infatti non sono distribuiti in modo omogeneo in tutti gli organi vegetali (radice, foglia, fiore, frutto, ecc.). Utilizzata fresca o essiccata, la droga costituisce la materia prima per la realizzazione dei fìtoderivati e in una pianta può essere rappresentata da una sola parte oppure da più di una: nella Camomilla ( Matricaria ehaniomilla L. ) la droga sono i fiori, mentre dell'Arancio (Citrus aurantium L.) usiamo sia i fiori, sia le foglie, sia il pericarpo (buccia). Tra le droghe più comuni ricordiamo le seguenti: bacca, baccello, brattea, buccia, corteccia, fiore, sommità fiorite, foglia, frutto, gemma, radice, rizoma, seme, tallo.

 

 

 

Tratto da "Piante officinali e Naturopatia" di Deborah Pavanello. Enea Edizioni.