Le influenze del secondo cervello sul primo

Il modello medico dominante mette in secondo piano le influenze della psiche e del cervello sull’apparato gastrointestinale. Preferisce andare a caccia di batteri o di geni, piuttosto che indagare le relazioni complesse che strutturano l’esistenza umana determinandone la salute e la malattia.

Certo, nei manuali di gastroenterologia trovate che lo stress, la depressione, l’ansia possono essere fattori che concorrono alle malattie dello stomaco (gastriti, ulcere) e dell’intestino (ulcere duodenali, malattie infiammatorie, intestino irritabile). Quindi, anche l’ortodossia riconosce che l’umore può avere un’influenza sulla salute della pancia, ma fino a qualche anno fa (vedi la I edizione di questo libro, 2007) nessun gastroenterologo si sognava di affermare il contrario: cioè che una malattia della pancia possa produrre un disturbo dell’umore.

Adesso, si moltiplicano i lavori scientifici e le comunicazioni congressuali che collegano l’intestino alla salute psichica e non solo, come vedremo in questo capitolo.

La depressione che viene dalla pancia

Il centro della scena lo tiene la serotonina, una molecola nota per il suo legame con la depressione. Si sa che una sua carenza può produrre depressione, tant’è che i farmaci antidepressivi moderni funzionano perché aumentano la disponibilità di serotonina.

Meno noto è il fatto che quasi il 95% di tutta la serotonina del nostro organismo viene prodotto dalle cellule cromaffini dell’intestino.

A che serve la serotonina nella pancia? A iniziare il riflesso peristaltico, a mantenere il tono vascolare, insomma a regolare i movimenti e l’attività digestiva. Al tempo stesso serve come segnale al cervello: segnali positivi, come la sazietà, o negativi, come la nausea.

La serotonina circolante deve essere tenuta sotto controllo perché un suo eccesso può risultare molto pericoloso (fino allo shock anafilattico), quindi le cellule hanno elaborato sistemi di riassorbimento della molecola. In caso di infiammazione intestinale si produce un eccesso di serotonina che satura i sistemi di riassorbimento e desensibilizza i recettori: questo può causare un blocco della peristalsi con costipazione. Al tempo stesso, l’infiammazione attiva enormemente l’enzima che demolisce la serotonina e quindi si può avere, nel tempo, a livello cerebrale, un forte deficit della molecola con conseguente depressione.

Infiammazione, alterazione intestinale e depressione possono quindi essere manifestazioni dello stesso processo.

In anni recenti, è emersa un’altra importante connessione tra intestino e umore: riguarda il ruolo dei batteri che abbiamo nell’intestino, che non solo possono determinare la salute o la malattia della pancia, ma anche influenzare in modo significativo la salute della nostra testa.

Nel capitolo sull’alimentazione vedremo più in dettaglio l’organizzazione e le funzioni della sterminata quantità di batteri che abitano le nostre mucose, a cui è stato dato il nome collettivo di Microbiota intestinale; qui segnalo che un’infiammazione intestinale, che può essere anche causata semplicemente da una dieta ricca di zuccheri, di grassi ed eccessiva dal punto di vista calorico, può alterare il Microbiota e, tramite le citochine (molecole infiammatorie) rilasciate dalle cellule immunitarie, giungere al cervello e alterarne l’attività.

La controprova di questo discorso sta in una serie di studi sul ruolo dei probiotici (batteri utili a riequilibrare il Microbiota) nel ridurre l’ansia, diminuire la risposta di stress e migliorare l’umore in persone con sindrome dell'intestino irritabile e con fatica cronica.

Altri studi, sia sull'animale che sugli umani, hanno mostrato che un cocktail di probiotici (Lactobacillus helveticus e Bifidobacteria longum) riduce ansia e produzione di cortisolo (principale ormone dello stress) e alza la soglia del dolore che, nei depressi e ansiosi, è di regola molto bassa.

Infine, vi sono prove sperimentali che l’uso degli antibiotici nell’animale oltre a danneggiare il microbiota (e causare quella che in gergo si chiama disbiosi) induce ansia e riduce il livello di una fondamentale molecola cerebrale, che si chiama BDNF (Fattore nervoso di derivazione cerebrale), in due aree strategiche del cervello, l’ippocampo e l’amigdala, deputate, rispettivamente, alla memoria e alla regolazione delle emozioni, tra cui in primis la paura.

Olio di pesce per la depressione

Ma la storia della pancia e della depressione non finisce qui. Gli ultimi anni di ricerca hanno messo in primo piano il ruolo del pesce. Tutto inizia con un caso clinico, davvero impressionante, pubblicato sulla rivista Archives of general psychiatry.

Un gruppo di medici inglesi ha descritto il caso di un ventenne, da sette anni affetto da una grave forma di depressione resistente ai farmaci, che, con una supplementazione di olio di pesce, nel giro di un mese, ha migliorato nettamente tutta la sintomatologia, al punto che, nell'arco di nove mesi, la malattia appare in remissione completa.

Alcuni anni dopo, sulla stessa rivista, David F. Horrobin, uno dei componenti del gruppo, assieme a Malcolm Peet, dell’Università di Sheffield, hanno pubblicato i risultati di uno studio controllato, realizzato con settanta persone, reclutate da medici di famiglia. Gran parte dei partecipanti erano donne, con una età media sui quarantacinque anni e un livello di depressione abbastanza accentuato, nonostante seguissero regolarmente la normale terapia farmacologia. Questa relativa inefficacia dei farmaci ha spinto i ricercatori a provare su un gruppo quello che era successo al giovane di cui abbiamo parlato sopra.

Le persone partecipanti allo studio, oltre ai soliti farmaci antidepressivi, hanno preso, per dodici settimane, pillole contenenti olio di pesce, a un dosaggio da 1 a 4 grammi al giorno, oppure un placebo (paraffina).

I risultati sono davvero interessanti.

I gruppi che hanno ricevuto un trattamento con l’olio di pesce (ricco di acidi grassi polinsaturi della serie omega-3) sono andati nettamente meglio del placebo, migliorando il punteggio, misurato con apposite scale (Hamilton e altre), riguardo ai sintomi chiave della malattia: umore depresso, fobia sociale, disturbi del sonno, stanchezza.

Ma il fatto più intrigante è che il migliore risultato è stato ottenuto con il dosaggio più basso di olio di pesce: 1 grammo al giorno.

A questo dosaggio, l’entità del miglioramento è di ampiezza superiore, scrivono gli autori dello studio, a qualsiasi altro risultato ottenuto con l’aumento del dosaggio dei farmaci, che è una pratica standard in caso di inefficacia del primo dosaggio del farmaco.

Negli ultimi anni, si sono moltiplicati i lavori controllati per verificare se davvero c’è una connessione tra ridotti livelli di omega-3 e depressione e se l’aumento del consumo di pesce e di omega-3 anche in pillole possa davvero migliorare il disturbo dell’umore.

Una meta-analisi (un’analisi statistica degli studi controllati più affidabili), che ha preso in esame gli omega-3 per la depressione anche bipolare e anche per altri disturbi come le psicosi, che vedremo più avanti, ha concluso che “gli acidi grassi essenziali sono un nuovo utile strumento in psichiatria perché sono generalmente ben tollerati con pochissimi o nulli effetti secondari. Gli studi che hanno provato una correlazione positiva tra omega 3 e miglioramento dei sintomi psichiatrici sono validi”.

Altri studi controllati hanno dimostrato che la supplementazione con olio di pesce riduce nettamente i sintomi depressivi post-partum.

Con quale meccanismo, l’olio di pesce migliora la depressione?

La ragione sta innanzitutto nel fatto che il cervello è l’organo più grasso del nostro organismo, le cui membrane cellulari sono ricche di fosfolipidi. Questi ultimi sono composti da una molecola di grasso (glicerolo) legata, da una parte, all’acido fosforico e a un alcol, e, dall’altra, a un acido grasso, per lo più polinsaturo, che può essere omega-6 o omega-3.

La membrana che avvolge la cellula nervosa, quando va tutto bene, presenta un equilibrio tra colesterolo, fosfolipidi con acidi grassi omega-6 e omega-3. Se una dieta squilibrata (per esempio con poco o niente pesce e molta carne) riduce la presenza di omega-3, è il funzionamento del neurone che viene a essere compromesso (alterazione dell’apertura dei canali ionici, alterazione della espressione genica, disturbo nella neurotrasmissione).

Ci sono evidenze, da studi europei, nordamericani, australiani e giapponesi, che, nella depressione e in altri disturbi psichiatrici, l'equilibrio tra omega-6 e omega-3 viene alterato, con un deficit di quest’ultimi. In generale, bassi livelli di omega-3 nel sangue e nei globuli rossi, si associano a malattie cardiovascolari, depressione nelle sue varie forme, psicosi.

Ricerche recenti hanno anche indicato un altro meccanismo: la carenza di pesce e quindi di omega 3 viene registrata dal cervello come fosse uno stress cronico, che causa una iperattività dell’asse dello stress con conseguente sovrapproduzione di cortisolo che ha effetti su aree cerebrali come la corteccia prefrontale dorsale, i cui neuroni entrano in sofferenza e muoiono con un ritmo superiore al normale. Poiché questa area del cervello è essenziale per la regolazione della cognizione e delle emozioni, una sua atrofia può causare depressione.

Alimentazione e terapia della schizofrenia

C’è un crescente interesse per le terapie naturali nell’ambito del trattamento della schizofrenia.

Nel 1997 in Australia uno studio indagò sia con i medici sia con il pubblico per conoscere quali fossero, secondo loro, i migliori trattamenti dei disordini mentali. Risultò che per i medici fossero i farmaci: per i non medici invece innanzitutto le parole e il cibo.

In Inghilterra verso la fine degli anni novanta è stato lanciato il progetto “Food and Mood" tenendo anche conto che a livello popolare si è andato diffondendo l’approccio alimentare basato su riduzione di zuccheri, grassi saturi e l’incremento di olio di pesce.

A livello scientifico tutto iniziò con uno studio pilota che constatava la riduzione dei livelli di acidi grassi nella membrana eritrocitaria di pazienti schizofrenici. Nel 2000 uno studio, realizzato post mortem dimostrava ridotti livelli di grassi polinsaturi nel cervello di persone schizofreniche.

Nel 1996 fu pubblicato il primo studio controllato che dimostrava come l’aggiunta di olio di pesce al trattamento standard di persone affette da schizofrenia, avesse effetti positivi sui sintomi misurati con le scale standard.

Negli ultimi anni, sono stati condotti studi controllati con somministrazione di EPA, di cui il più significativo è stato certamente quello realizzato nella facoltà di medicina di Vienna su ragazzi ad alto rischio di psicosi. La supplementazione con olio di pesce ha ridotto notevolmente l’insorgenza del primo episodio psicotico rispetto al gruppo che aveva assunto placebo.

Glutine, caseina, psicosi, autismo ed epilessia

La relazione tra intestino e schizofrenia è stata per la prima volta inquadrata negli anni cinquanta partendo dalle osservazioni della presenza di un alto numero di celiaci tra i pazienti schizofrenici. Nei decenni successivi, alcuni studi epidemiologici e prove sperimentali di eliminazione del glutine dalla dieta dei pazienti hanno confermato questa relazione, che non riguarda tutti i pazienti, ma comunque una quota non piccola di loro.

Più recentemente, pediatri e gastroenterologi italiani hanno identificato una sensibilità al glutine che non si presenta come malattia celiaca, molto diffusa seconda una recente indagine realizzata in 38 centri clinici del nostro Paese. Pazienti schizofrenici, autistici e persone ad alto rischio presentano un’incidenza della sensibilità al glutine e alla caseina in proporzioni maggiori alla media. Sono stati pubblicati trials clinici e altri sono in corso per definire con esattezza il grado di efficacia di una dieta priva di glutine, ma è del tutto evidente che il problema non è semplicemente il glutine, bensì la dieta, ricca di glucosio, prodotti animali e latticini che ha una pluralità di effetti negativi sia sull’intestino che sul cervello.

Il cibo, infatti, può avere effetti diretti e indiretti sull’attività cerebrale.

Ad esempio, è documentato da un’esperienza clinica di oltre un secolo che una dieta povera di glucosio ha effetti positivi sul controllo degli attacchi epilettici, come conferma anche una recente meta-analisi. Così come sono documentati fenomeni di iperglicemia, resistenza insulinica e profilo metabolico prediabetico in pazienti al primo episodio di psicosi ancora non trattati dai farmaci che, come è noto, incrementano la sindrome metabolica e il diabete.

Ma l’alimentazione può avere anche effetti indiretti tramite le alterazioni che causa nel microbiota intestinale, la cui costruzione nelle prime fasi della vita segue e influenza lo sviluppo del sistema nervoso.

Animali, il cui intestino non è colonizzato dalle popolazioni microbiche, hanno alterazioni nello sviluppo del sistema nervoso centrale perché il microbiota modula il rilascio di fattori essenziali per la corretta crescita dei neuroni e delle loro connessioni: le cosiddette neurotrofine, le BDNF in particolare.

 

 

 

Tratto da "La Saggeza del Secondo Cervello", di Francesco Bottaccioli, Anna Giulia Bottaccioli e Antonio Carosella. Tecniche Nuove Editore.